sognare

Cosa sono i sogni e da dove provengono?

Non tutti i sogni sono uguali: alcuni rimangono vividi nella nostra memoria per anni, ci aiutano a capirci, ci anticipano fatti destinati a concretizzarsi, talvolta con l’insistenza del sogno ricorrente, che tende a riprodursi più volte, sempre uguale, a distanza di tempo. Sono quelli che gli antichi definivano come sogni “usciti dalla porta d’avorio”, cioè preziosi, veritieri, degni di essere interpretati come messaggi degli dei. Diversi insomma da quelli che “escono dalla porta di corno”, più insignificanti e grossolani; sogni che si sciolgono subito, appena svegli, come lo zucchero nel caffè del mattino perché determinati unicamente da un pasto troppo abbondante, dalla posizione assunta dormendo o dai brandelli di quanto abbiamo visto, pensato, udito durante il giorno.

La teoria di Freud: la sessualità alla base dei sogni

Freud definisce i sogni come valvole di sfogo per le nostre voglie represse; vere e proprie favole costruite dalla nostra mente apposta per appagare quei desideri che si agitano dentro di noi tanto che,  se non riuscissimo a sognare, finirebbero per svegliarci. Tuttavia solo i bambini molto piccoli, ancora liberi da regole e divieti, sognano i loro desideri così come sono: il giocattolo, il dolce, lesognare freud coccole della mamma. Le emozioni degli adulti, secondo Freud sempre collegate alla sfera sessuale, sono troppo forti per lasciarci dormire indisturbati. Per questo l’inconscio li maschera, coprendoli con altri simboli, tratti magari dalle esperienze della giornata appena trascorsa, attraverso un linguaggio segreto, che trasforma il sogno in una specie di rebus, dove ogni immagine, ogni dettaglio sta al posto di qualcos’altro che non potremmo ammettere e riconoscere come nostro. Così sogniamo il gatto, il serpente, il cavallo al posto del pene, l’aggressione oppure l’altalena invece del rapporto sessuale; la grotta, l’acqua stanno per la madre, la casa è il corpo, la cantina e il bagno i genitali. A questo punto, per interpretare il sogno non rimane che scavare nel profondo, smontarlo e lavorare su ogni singolo pezzo, concatenando parole, pensieri, ricordi, fino a che non si ritrova il bandolo della matassa, la radice segreta del sogno. Jung: i sogni come messaggi,  su posizioni diverse da quelle di Freud si colloca invece il suo più celebre allievo, lo psicologo svizzero Carl Gustav Jung, attento studioso dei simboli che ci trascineremmo dietro, nell’oscuro magazzino dell’inconscio non solo come bagaglio della nostra vita ma anche come eredità di quelli che ci hanno preceduti (il popolo, la razza), quasi trasmessi dal nostro codice genetico come la statura o il colore della pelle. Jung recupera il pensiero degli antichi e nei simboli che affollano i nostri sogni vede preziosi messaggi, consigli, avvisi dell’inconscio, ovvero la parte più segreta e ricettiva di noi stessi, capace di comunicare senza parole con gli altri esseri.

Le ultime teorie

Da questi pionieri dell’interpretazione dei sogni in poi molta acqua è passata sotto i ponti. Oggi c’è chi considera i sogni come un sistema di allarme nei confronti di malattie ancora in fase di sviluppo, chi un miracoloso “lavaggio” delle emozioni contro le tossine accumulate dal sistema nervoso, chi un mezzo utilizzato dal nostro cervello per rafforzare la memoria o per promuovere la creatività. Fino alle ipotesi coraggiose e un tantino provocatorie del neurofisiologo americano Allan Hobson, secondo il quale l’arte del sognare sarebbe una salutare ginnastica per la mente, che tenta di mettere insieme, collegandoli, tutti gli impulsi nervosi che bombardano a caso alcune zone del nostro cervello.

Dove nascono i sogni

Si è creduto per lungo tempo che la “fabbrica” dei sogni risiedesse nella zona esterna del cervello, chiamata corteccia. Sembra invece che il responsabile delle scene oniriche sia il tronco dell’encefalo, quell’area un po’ primitiva che l’uomo condivide con molte specie animali, anch’esse capaci di produrre sogni. Basta guardare un cane o un gatto dormire, osservarne i movimenti, ascoltarne i mugolii, per accorgersi che in quel momento sta sognando qualcosa: la madre, la pappa o un misterioso assalitore. Lo stesso avviene per il neonato e perfino per il feto ancora chiuso nel grembo materno. Il sogno incomincia con la vita, prima ancora che cominciamo a sviluppare la coscienza, i sensi, i ricordi. Ma se iniziamo a sognare prima ancora di fare esperienze, vuol dire che il materiale dei sogni, il bagaglio di immagini e simboli che ci vengono a trovare ogni notte è già dentro di noi, il che è comprovato da un fatto sorpendente: anche i ciechi dalla nascita sognano forme e colori che con gli occhi non hanno visto mai.

Il tempo del sogno

La scoperta fu fatta quando due scienziati, Aserinski e Keitman, dopo aver collegato un dormiente a un elettroencefalografo, si accorsero che i sogni compaiono a più riprese nel corso della notte. Il sonno non è costante ma in quattro diverse fasi, chiamate REM, alterna momenti di profondità, privi di sogni ad altri, più leggeri, sovrabbondanti di immagini oniriche, in cui i ritmi elettrici cerebrali assumono valori e frequenze tipiche della veglia, mentre i muscoli si fanno pesanti, il respiro affannoso e gli occhi si muovono rapidissimi sotto le palpebre chiuse. Ogni notte viviamo da tre a cinque fasi di sogno, la prima volta dopo circa un’ora e mezza di sonno e con una durata di circa dieci minuti, le altre più ravvicinate e protratte progressivamente più a lungo. Sono questi i famosi sogni dell’alba, secondo gli antichi gli unici credibili, anche perché sono quelli che ricordiamo meglio e con abbondanza di particolari. Ma c’è di più. Secondo lo studioso jugoslavo Jovanovich, queste fasi non sarebbero uguali nelle varie età della vita. E se è probabile che il feto nel ventre materno sogni quasi tutto il tempo del suo sonno e il neonato almeno la metà, gli anziani sognano pochissimo e gli ultracentenari quasi mai.

Il sogno in cifre

Soddisfano desideri, risolvono problemi, aiutano ad adattarsi alla vita; eppure non tutti possono dichiarare di avere un buon rapporto con i propri sogni. Quasi la metà degli italiani ammette di sognare spesso, ma soltanto uno su quattro è in grado di ricordarne il contenuto. E potrebbe essere una fortuna, visto che i sogni piacevoli non superano il 25-30%; quelli neutri coprono un altro 20-25%, ma tutti gli altri, il restante 50%, sono incubi pieni di terrore. Ma quanti sono i nostri sogni? Per il 60% dei sognatori la media è di uno al mese, per il 15% fino a quattro alla settimana. In realtà sarebbero molti di più, almeno uno al giorno, come riconosce solo il 6% dei dormienti, se soltanto riuscissimo a trattenerli nella memoria. Ecco le cifre: un’ora e mezza per notte per un totale di venti giorni all’anno e quattro-cinque anni nel corso di una vita.

E chi non sogna?

Qualcuno, circa il 7%, ne è convinto, ma la scienza conferma che è impossibile. Tutti sogniamo, senza eccezioni, perché il sogno è un’attività cerebrale indispensabile a mantenerci in equilibrio. Senza sogni impazziremmo. Ma spesso preferiamo cancellare quelle immagini, che rischiano di metterci in crisi, e convincerci di non aver sognato. Anche la mancanza di coerenza logica e le trasformazioni così frequenti che avvengono nel sogno rendono difficile il ricordo. In ogni caso, tranne quando sono così vividi da impressionarci a lungo, spariscono pochi minuti dopo il risveglio oppure vengono modificati o cancellati in parte. Per ricordarli annotateli subito, oppure raccontateli. Meglio se prima di addormentarvi vi sarete imposti il compito, guardandovi allo specchio e ripetendo ad alta voce più volte: “Domani ricorderò i miei sogni”.

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